Interessante riflessione di Elena Borsa nell' ambito della discussione "Wikipedia e` un'enciclopedia ?" nella lista AIB-Cur (bibliotecari italiani) nel marzo 2011

 

Mi pare che le osservazioni sollevate da tutti i partecipanti a questa discussione offrano utili spunti di riflessione teorica e stimoli
pratici.
Il casus belli in sé non è particolarmente nuovo né interessante, interessante è invece la discussione che ne è seguita, che si è
sviluppata ovviamente nella direzione della verifica d'attendibilità dello strumento informativo in questione.
Quello che ho sempre apprezzato in wikipedia è la volontà del progetto di offrire una fonte secondaria verificabile, che fondasse la sua
autorevolezza non sull'ipse dixit ma sulla convergenza delle fonti, comunque valutabili dal lettore; un atteggiamento che ricorda molto un
approccio biblioteconomico all'informazione.
In questo senso concordo con chi ribadisce la necessità dei bibliotecari di avvicinarsi al mondo di wikipedia con spirito di
collaborazione: fatte salve le condizioni di costante emergenza lavorativa in cui soprattutto i bibliotecari pubblici versano (in poche
parole: trovare il tempo), mi sembra che wiki sia un'ottima occasione per i bibliotecari per riguadagnare quel posto di intermediari
dell'informazione che già da tempo si lamenta messo a rischio dall'apparente facilità della ricerca in rete.
Un altro aspetto su cui concordo è quello dell'integrazione delle fonti su vari supporti: è assurdo pensare ancora ad una contrapposizione
cartaceo vs digitale (persino l'Istituto Treccani ha abbandonato questa filosofia!) e l'idea di "affiancare" anche fisicamente i supporti
propone un'immagine inclusiva, non esclusiva che personalmente condivido in pieno.
Il lavoro di alfabetizzazione all'uso della rete è il presupposto a tutto questo. Se, come ha sottolineato qualcuno, gli stessi insegnanti
non sanno come valutare una fonte web e non sanno come fare ricerca in rete, sarà sempre più difficile mettere a frutto competenze e abilità
professionali.
Resta da sviluppare tutto il discorso dell'accreditamento dell'informazione, in rete e fuori rete: se è vero, come qualcuno ha
fatto notare, che anche nelle pieghe di insospettabili studi accademici si nascondono spesso inesattezze, omissioni, letture di parte, è pur
innegabile che - come ben sappiamo - l'apporto di una fonte "autorevole" è sempre stato considerato con riguardo nella nostra attività
professionale, e questa autorevolezza è stata molto spesso valutata in base all'organismo che produceva informazione: l'editore, la testata
scientifica, il dipartimento/centro di ricerca universitario o ministeriale. Ciò che arrivava da una certa fonte era comunque
affidabile, perché si supponeva nato dal contributo di esperti della materia.
I wikipediani si definiscono invece, con molta autoironia, dei semplici bricoleur; le case editrici (almeno quelle di taglio divulgativo)
pubblicano materiale qualitativamente molto disomogeneo e non sembrano più obbedire alle logiche che avevano garantito in passato
l'attendibilità e l'accuratezza del prodotto cartaceo (alcune si smarcano da questo problema con veri e propri disclaimer). Insomma:
fatta salva l'enorme disparità che esiste tra informazione scientifica, tecnica, storico-critica ecc..., valutare diventa un lavoro sempre più
difficile. Concordo col fatto che a volte il mondo accademico si ponga in termini non adatti a questi nuovi scenari, ma è anche vero che a
volte mi sembra di scorgere nella "fazione" opposta una reazione eccessiva di rifiuto verso un principio d'autorità in cui prima poi
tutti incappiamo, nel nostro percorso di validazione dell'informazione.
E' inevitabile cioè che si debba creare una gerarchia nell'attendibilità di una informazione anche in base a chi la emana, alla sua capacità di
utilizzare e integrare le fonti, alla sua padronanza del soggetto.Non vorrei insomma che lo sforzo di validare una fonte costruita sul
modello wiki vanifichi alla lunga i vantaggi ricordati in ordine alla facilità e rapidità di reperimento delle informazioni stesse.

saluti e buon lavoro a tutti

Elena Borsa
Biblioteca di Rozzano

elena.borsa@fondazioneperleggere.it


 

 

Wikimedia Italia: intervista a Umberto Eco

Andrea Zanni

Fra i più importanti esponenti del mondo culturale italiano, lei à stato tra i pochi a mettersi di fronte a un'esperienza come Wikipedia senza pregiudizi, sperimentandola, criticandola, utilizzandola. Ha scritto vari articoli a riguardo, l'ultimo nel 2009. Potrebbe provare a rispiegarci la sua opinione in merito?

Sono un utente compulsivo di Wikipedia, anche per ragioni artrosiche: quanto più mi fa male la schiena, quanto più mi costa alzarmi e andare a cercare la Treccani. Quindi, se posso trovare la data di nascita di qualcuno su Wikipedia, faccio prima. Ho fatto una volta una distinzione fra le cose che fan bene ai poveri e quelle che fan bene ai ricchi, dove poveri e ricchi ha una connotazione in termini di evoluzione culturale... Diciamo, un laureato à un ricco, un analfabeta à un povero. Il computer in generale, e Internet, fa bene ai ricchi e fa male ai poveri. A me Wikipedia fa bene perché trovo le informazioni che mi sono necessarie, ma non mi fido, perché si sa benissimo che, come cresce Wikipedia, crescono anche gli errori. Ho trovato su di me delle follie inesistenti, e se qualcuno non me le segnalava, avrebbero continuato a restare lì. I ricchi sono coltivati, sanno confrontare le notizie. Vado a vedere la Wikipedia in italiano, non sono sicuro che la notizia sia giusta, poi controllo quella in inglese, poi un'altra fonte, e se tutte e tre mi dicono che quel signore à morto nel 371 d.C. comincio a crederci. Il povero invece becca la prima notizia che gli arriva e buonasera. Quindi c'à per Wikipedia, come per tutto Internet, il problema del filtraggio della notizia. Il controllo collettivo serve sino ad un certo punto: à pensabile che se uno dà una falsa lunghezza dell'equatore prima o poi qualcun altro venga e la corregga, ma su questioni più sottili e difficili à più complicato. Il controllo interno redazionale mi pare sia minimo, non può controllare i milioni di notizie che entrano. Tutt'al più, può controllare proprio se un pazzo ha scritto che Napoleone à un cavallo da corsa.

Il principio di Wikipedia à che in più gente interessata c'à, meglio funziona. C'à stata qualche ricerca a riguardo, basata su Wikipedia inglese, che diceva che le pagine più modificate sono in media quelle di qualità maggiore. Poi c'à il discorso della coda lunga, le tante pagine importanti, o problematiche o contraddittorie. La sua pagina ricade nell'insieme delle pagine importanti ma non troppo, oltre ad essere una biografia. Le biografie, in genere, sono un problema: in quelle dei personaggi storici c'à più accordo; le biografie dei viventi invece hanno il problema del recentismo, del reperimento delle fonti, ecc. Per argomento quali il creazionismo, l'intelligent design, nella Wikipedia inglese sono chilometriche, perché le persone discutono non su interi paragrafi ma sui singoli termini, l'incipit, le parole. Più occhi ci sono meglio à. Riprende un po' la teoria della "saggezza della folla" di Surowiecki: quando sono presenti 4 parametri (indipendenza, diversità d'opinione, aggregazione, decentramento), il giudizio di una folla supera mediamente quello degli esperti.

Qui correggerei. Sono un discepolo di Peirce, che sostiene che le verità scientifiche vengono, in fin dei conti, approvate dalla comunità. Il lento lavoro della comunità, attraverso revisioni ed errori, porta avanti "la torcia della verità". Il problema à la definizione della verità: se alla verità fossi obbligato a sostituire "folla" non sarei d'accordo. Bisogna trovare un altro criterio, che à quello della folla motivata. Chi collabora a Wikipedia non à soltanto un'aristocrazia, ma neanche la folla indiscriminata: à quella parte della folla che si sente motivata a collaborare a Wikipedia. Sostituirei alla teoria della "saggezza della folla" una teoria della "saggezza della folla motivata". In Wikipedia non si inserisce lo zappatore o l'analfabeta, ma qualcuno che fa parte, per il fatto stesso di usare il computer, di una folla colta.

Credo che ora sia difficile discriminare fra i "veri" esperti: un titolo accademico non fa di un esperto un vero esperto. Wikipedia ha visto, in partenza, uno shift fra autorità e autorevolezza. Nella comunità di Wikipedia non c'à l'autorità delle gerarchie comuni: quello che dici in questo momento garantisce la "tua" autorevolezza, si dà ascolto più spesso al contenuto di un messaggio che non al suo mittente. In questo senso, si può arrivare ad un meccanismo diverso che porta avanti la torcia della verità, in cui si guardi all'informazione, al messaggio, non a chi l'ha mandato. Non so se lei sia d'accordo.

Wikipedia ha due funzioni secondo me: una à permettere la veloce ricerca di informazione, e allora à soltanto la moltiplicazione delle Garzantine. L'altra, à se il controllo dal basso non possa essere, molte volte, più fruttuoso del controllo dall'alto. Siccome il mondo à pieno di esperti idioti, certo che può esserlo. Continuo a dire che questo mi espone al rischio dell'incapacità di filtrare la notizia. Ultimamente mi ero messo ad annotare alcune notizie false, alcuni errori che uno può trovare in Wikipedia. In uno stesso articolo per esempio c'erano due notizie contraddittorie, segno che c'era stato un amalgama.

Lei non modifica le pagine?

No. Ho solo modificato le mie, quando c'era scritto che avevo sposato la figlia del mio editore, perché, as a matter of fact, non l'ho fatto. Poi, un'altra che diceva che ero il primo di 13 fratelli.

È molto interessante questa differenza di frange, di limiti e anche di scala, in un certo senso. In una comunità la collaborazione è veramente anarchica, nell'altra ci si assesta.

Ci si assesta. Fra Galileo, Tycho Brahe e Keplero alla fine si son messi d'accordo che aveva ragione Keplero. Il calcolo infinitesimale l'hanno scoperto sia Newton che Leibniz ma alla fine tutti si son messi d'accordo su Leibniz. Magari a torto, ma è andata così. Non è stata un'autorità o l'imperatore a deciderlo, ma un insieme di usi, di applicazioni.

Secondo lei c'è differenza, in questo approccio alla collaborazione, fra scienze hard e scienze umanistiche?

Attualmente sì, lo sappiamo tutti. Nelle scienze dure c'è una misurabilità dei dati che non c'è nelle scienze molli, a meno che le scienze molli non facciano la parodia di quelle dure, come avviene con la filosofia analitica.

Lei prima diceva, parlando della collaborazione: "Questa cosa è favolosamente interessante, ma non stupefacente."

Certo, ha cominciato l'Accademia del Cimento! Senza Internet.

Però ora la scala è diversa.

Prima erano quattro gatti a Firenze, dieci gatti alla Royal Society; ora sono diecimila gatti.

Diecimila gatti che possono collaborare con tailandesi e americani, tutti in maniera sincronao asincrona, in un posto ubiquo come è Internet. Le potenzialità sono diverse. Ritornando al discorso di prima, anche in Wikipedia si può notare una differenza culturale fra le pagine tecnologiche, scientifiche, matematiche e fisiche e quelle umanistiche, che sono molte meno (filosofia, storia, letteratura). All'interno delle comunità accademiche c'è una spinta diversa alla collaborazione. Nelle scienze molli, l'authorship, l'autorialità, l'interpretazione, sono più importanti.

Per quelle che sono le scienze molli, c'è meno impulso alla collaborazione; c'è più l'interesse ad essere protagonista di un'idea che non un "portatore d'acqua". Su questo non si discute. Uno scienziato in certi casi è abituato a non essere mai nominato e a sapere che però sta portando avanti una ricerca fondamentale. Nelle scienze molli, succede solo allo studente sfruttato che viene mandato a raccogliere dati che poi il professore firma.

Quello che sarebbe bello capire è se questo sia un discorso "naturale" oppure culturale. Può cambiare questo approccio dell'umanista?

Non credo. Pensa alla Grecia. Platone e Aristotele, pur essendo uno il discepolo dell'altro, hanno prodotto filosofie opposte. Invece appare Euclide e si continua a commentarlo, il suo quinto postulato ha resistito per duemila anni. La scienza è cumulativo-distruttiva, accumula quello che gli serve e butta via quello che non gli serve. Le scienze umane sono totalmente cumulative, non si butta via niente: infatti c'è sempre un ritorno al passato. Oppure sono totalmente distruttive nel senso in cui, come ha detto Maritain di Cartesio, un filosofo è un "debuttante nell'Assoluto". Per Cartesio tutto quello che la filosofia ha detto prima di lui è falso. Lo facesse un matematico, sarebbe la fine.

Ritornando al discorso dei progetti "fortemente collaborativi", in cui c'è un editing collaborativo, come vede il discorso dell'authorship, del riconoscimento della proprietà intellettuale? Nei progetti volontari come Wikipedia il problema si pone in maniera minore. Ma dato che il mondo scientifico si sta dirigendo verso una sempre maggior collaborazione (anche il mondo umanistico, seppur più lentamente) rimane di fondo il problema del copyright. In Wikipedia hanno risolto utilizzando licenze libere, e la cultura dell'anonimato o del nickname aiuta; nel mondo accademico e scientifico, invece, la cultura del nome, anche legato a fattori come la propria carriera, porta ad un problema non banale di riconoscimento della proprietà intellettuale.

Questo sta venendo fuori anche per il mondo dei libri; nel giro di 50 anni avremo un mutamento profondissimo. Ci saranno situazioni culturali più simili a quelle del Medioevo, in cui si avevano commenti su commenti e si perdeva l'autorialità. Dal Romanticismo in poi c'è stata un'autorialità eccessiva. Non so però fino a che punto si possa arrivare all'anonimato totale: mentre può sembrare democratico, fa credere che su un certo argomento ci sia una e una sola verità. Non potrà arrivare un certo momento in cui la stessa Wikipedia, su certi argomenti (non sulla tavola pitagorica) decida di aprire delle appendici intitolate "Conflitti", in cui, firmate, appaiano diverse testimonianze in conflitto? Che Napoleone sia morto a Sant'Elena, nonostante ci sia sempre il matto a negare, siamo sicuri. Che Pio XII abbia o no abbia fatto le cose giuste per l'Olocausto, è un dibattito aperto. Cosa fa Wikipedia? Dice che Pio XII non abbia fatto abbastanza per l'Olocausto (irritando milioni di cattolici)? Dice che l'abbia fatto (irritando milioni di laici)? O apre un'appendice, in cui una serie di autori, assumendosi ciascuno la propria responsabilità, in venti righe espongono il fatto che c'è un conflitto di interpretazione?.

Wikipedia, seguendo il pilastro del punto di vista neutrale, che non è la verità ma un punto di vista neutrale che sempre perfettibile, solitamente pubblica una versione con sotto una critica. Seguendo un principio di sintesi, ci sono appendici non firmate, riferendosi a quello che diceva lei. Comunque si cerca di portare entrambe le posizioni. È ovvio che c'è anche un discorso di gerarchia: c'è sempre una posizione dominante, che verrà presentata per prima, ma sotto c'è la seconda. La prima che mi viene in mente è quella di Beppe Grillo, in cui c'era la sua storia poi un paragrafo di critiche, riportando le fonti. Il discorso quindi è di riportare e sintetizzare su una pagina (o più pagine se questa diventa chilometrica) quello che hanno detto altri. Wikipedia integra, è un essere che mangia dall'esterno, perché è una fonte terziaria, non una fonte primaria, e forse questo tante volte si dimentica. Non so se un'enciclopedia tradizionale si definisce primaria o terziaria. Per Wikipedia, le fonti sono da altre parti, noi prendiamo da loro. Le citiamo; se dicono cose sbagliate, noi l'abbiamo solo citate. C'è sempre il discorso del perché si cita il tale, del come si cita, del dove si cita: però, alla fine, Wikipedia cerca di riportare, con tutti i limiti del caso, la realtà come viene sfaccettata da altre fonti. Rimane sempre il problema della gerarchia della pagina, e del fatto che "non esistono fatti, ma solo interpretazioni". In questo senso, c'è una provvisorietà molto evidente, consapevole. Le linee guida di Wikipedia dicono proprio: "Non esiste la versione definitiva". Un articolo è sempre perfettibile. Culturalmente, forse una Treccani non la pensa così.

No, perché la Treccani ha voci firmate. La voce "Fascismo", scritta da Gentile, o la si elimina e la sostituisce o la si lascia così, non la si corregge.

Voce che, fra l'altro, risentiva di un certo contesto: dopo settant'anni, oggi diremmo che la Treccani era biased.

Sì, e perché rimane, non è correggibile, perché la voce è quella e non la ristampano. Ci fanno un'appendice, certo.

Il destino della Treccani è quello di wikipedizzarsi. Secondo lei lo farà?

Con la velocità di rinnovamento della cultura, se un'enciclopedia non va online in modo da poter rifare le sue informazioni mese per mese, è sempre condannata. Persino quando parla di Parmenide, perché può uscire domani un libro che getti nuova luce... Ma pazienza, se parliamo di Parmenide. "Aeroplano", per esempio: chissà cosa diceva la voce del "Concorde" prima che cascasse il concorde.

Fra l'altro la Treccani ha provato a "wikipedizzarsi". Ha aperto alcune voci, dicendo agli utenti di inviargli le modifiche...

L'ha proposto per il Dizionario degli Italiani, ma sta tornando indietro. Siccome costa troppo, ha chiesto agli utenti di "regalargli" le voci, non calcolando che per controllare le voci deve mettere su un manipolo tale di editors che gli costa più che pagare le voci.

Non sembra per niente facile trovare una soluzione che coniughi un modello di un certo tipo (autoriale, editoriale, redazionale) con qualcosa come Wikipedia. Una sopravvive poiché prende su tutto: ha sempre un input dagli utenti, perché raccoglie tutto. Ed è gratis, per tutti: chi la fa e chi la legge. L'altra invece ha un modello di un certo tipo che non regge quantitativamente il confronto con la prima, e fa fatica a trovare un giusto equilibrio, accogliendo i contributi esterni (senza motivarli, dato che se ne appropria e non da in cambio assolutamente nulla). Wikipedia è tutta gratis, ci si regala informazione a vicenda, c'è uno slancio etico forte. Lo scontro fra questi due mondi non è un problema banale. Cambiando argomento, mi sembrava interessante notare come il procedimento della "classificazione" non abbia avuto troppo successo negli ambienti collaborativi. A parte le folksonomies, con le persone che taggano siti o foto, anche su Wikipedia la categorizzazione degli argomenti è decisamente non coerente e incompleta. È particolare come un procedimento così importante come la classificazione/catalogazione tenda ad essere autoriale, personale. In Internet trovo pochi esempi di catalogazioni complesse fatte collaborativamente.

Non sono sicuro di aver capito bene quello che ha detto, ma se ho capito bene, tutto questo dipende dal fatto che, a parte le tassonomie botaniche o zoologiche, non esiste classificazione globale, ma solo classificazione locale. Nel mio ultimo libro, "Dall'albero al labirinto", ho scritto un saggio di cento pagine proprio su queste vicende dalla classificazione, dall'albero di Porfirio sino a quelle che oggi chiamano stupidamente le "ontologie". Il problema qui è che han passato i secoli a cercare di fare la classificazione totale, ma è impossibile, è sempre locale e prospettica. Necessariamente, ne viene che può essere autoriale e non collettiva. Ci si riesce solo in certi campi, per esempio quello degli animali e delle piante, siccome sono universi a modo proprio finiti. D'altra parte, hanno già grossi problemi a classificare gli insetti. Un esempio famoso è poi quello dell'ornitorinco, per cui ci hanno messo ottant'anni, ma si sono messi d'accordo, tutti insieme. Gli animali dunque sono finiti e in un modo o nell'altro si riescono a classificare. Invece per i casi in cui gli elementi sono più polverizzati, la classificazione totale e collettiva è impossibile.

Tornando a qualcosa di più triviale, in "Sei passeggiate nei boschi narrativi", lei parla del libro "Sylvie" di Nerval come una sorta di libro predestinato, che lei ha studiato centinaia di volte. È molto suggestiva l'idea di un libro che corrisponde ad una persona? Ci crede ancora?

Sì, anche se probabilmente ce ne sono più di uno. Sì, ci credo. Però è un po' come quelle domande tipo "Perché si è occupato del Medioevo?", che equivale a dire "Perché lei ha sposato quella lì e non un'altra?". Se le interessa, io ne ho fatto la traduzione e poi ne ho parlato in una raccolta di saggi sulla letteratura... ma questo non c'entra niente con la domanda.

Lei conosce il mondo delle licenze libere? Sono licenze nate negli anni '80 che permettevano il riuso, la condivisione, anche la modifica, qualità che nel mondo digitale sono estremamente importanti. Anche Wikipedia nasce nell'ambito di questo mondo, e rilascia il proprio contenuto sotto licenza libera. Come vede il mondo della proprietà intellettuale adesso, nell'era di Internet?

Io sono molto empirico. Io sono uno che campa sui guadagni della proprietà intellettuale, ma tutte le volte che mi hanno piratato, a me è andata bene lo stesso. Una volta che il mio editore americano aveva fatto causa ad una università perché avevano fatto trenta fotocopie di un mio libro, io ho protestato. Mi va benissimo così, almeno 3 o 4 dei miei libri si trovano anche su eMule, si possono scaricare... Perché sono così disinteressato alla cosa? Visto che ci campo, dovrei preoccuparmene. Una risposta potrebbe essere che guadagno a sufficienza così, l'altra che sono un buon democratico. Le faccio un esempio. Quando hanno iniziato ad allegare il libro unito al quotidiano, «la Repubblica» ha deciso di iniziare con il mio Il nome della Rosa, dandomi una modesta cifra forfettaria. Però poi ne hanno venduti due milioni, quel giorno. Io mi sono detto pazienza, non ci avevo guadagnato ma andava bene così. Poi però ho controllato, sei mesi dopo, i rendiconti della casa editrice, e la vendita del paperback non era assolutamente mutata. Cioè, quei due milioni lì, erano in più, erano altre persone che non sarebbero mai entrati in libreria a comprare il mio libro. Non mi ha tolto una copia venduta. Quindi vuol dire che c'è uno "spazio" talmente grande che la pirateria non mi pare una tragedia. Fino al Seicento e Settecento, uno scrittore viveva perché c'era un mecenate che lo pagava. Magari si tornerà lì, non si verrà pagati dal pubblico ma si verrà pagati da un mecenate. Se l'è cavata l'Ariosto, perché non dovrei cavarmela io? Se la sono cavata anche prima. Poi certo, la rivoluzione del Settecento in cui un narratore andava in giro a vendere i propri libri ha portato anche la nascita dei diritti. In un certo senso questo ha democraticizzato, perché lo scrittore ed il pensatore non hanno più dovuto leccare il sedere al mecenate. Senta, fra il modo in cui l'Ariosto ha leccato il sedere agli Estensi al modo in cui un sacco di gente lecca il sedere a tutti, non è poi cambiato mica molto. Non è che l'Ariosto ci interessa meno perché mette due ottave di ringraziamento agli Estensi.

A proposito di libri e diritti, ultimamente Google Books ha fatto parlare di sé.

Io non capisco tutto queste proteste attorno a Google Books. Sinceramente, a me fa arrabbiare perché mi fa vedere due pagine e poi non posso comprare il libro. Gli editori dovrebbero essere entusiasti, non capisco. È un po' come le vie pedonali: quando si pedonalizza una strada, tutti commercianti protestano, pur essendo scientificamente provato che la pedonalizzazione della strada aumenta i commerci.

È un discorso che si intreccia con quello del pubblico dominio. Ci sono tendenze forti, sia negli USA che in Europa, a allungare i tempi del copyright, diminuendo così "fette di pubblico dominio". C'è molto clamore e molta paura riguardo alla proprietà intellettuale.

Ogni scrittore ha delle tendenze conflittuali, perché da un lato gli va bene che il suo libro venga letto, dall'altro gli dispiace che i suoi nipoti non prendano i proventi dei diritti. Adesso, il mio editore mi ha detto che darà i diritti de Il nome della rosa per fare l'eBook sul Kindle, credo. Le percentuali sono molto minori che per i libri normali, ma mi va bene. Personalmente non ci credo, credo ancora che la gente per leggere i libri vorrà ancora la carta, ma non ho problemi, mi sembra giusto che chi vuole abbia l'edizione elettronica. Non mi sembra così complicato, loro pagano i diritti, anche se meno perché l'eBook costa meno. O sarà uno smash, e ne venderai milioni, oppure ne venderai poche copie e va bene lo stesso. Secondo me la mettono giù troppo dura, come appunto la storia degli editori contro Google. Google Books serve a vendere libri, non a farne vendere meno. Ha la stessa funzione che ha la libreria, quando si va a sfogliare dei libri. Si può comperare o limitarsi a leggiucchiare una pagina o l'indice. Come con Google. C'è poi la tendenza a dare le cose sempre più gratis. Io non sopporto Adobe, che ogni anno mi vuole far pagare la sua licenza per leggere i PDF. Ho trovato in pochi minuti programmi che fanno la stessa cosa gratis. Non capisco cosa viene in tasca agli sviluppatori...

Spesso, niente. I software open source vengono spesso scritti dalle persone per uso personale (magari, erano persone che non volevano pagare la licenza ad Adobe come lei), e rilasciati liberamente per chi li desidera. Se qualcuno poi li migliora, lo stesso creatore ci guadagna. È un circolo virtuoso.

C'è anche OOorg, che sostituisce Word. È ottimo, funziona benissimo.

Fra l'altro, Wikipedia nasce proprio dal mondo open source, che negli anni ha sviluppato una propria filosofia sulla cultura libera. Sono collegati.

 

ZANNI, Andrea. Wikimedia Italia: Intervista a Umberto Eco pubblicato in tre parti in «AIB notizie», 22 (2010), n. 5, p. 18  /

22 (2010), n. 6, p. 22 /  23 (2011), n. 1, p. 8-10