Tedeschi

di

Carlo Favale

 

 

 

C’è qualcosa nell’animo dei Tedeschi che mi dà da pensare: mi sorprendo a chiedermi se possano essere un popolo felice. Poco tempo fa avevo appena terminato di rileggere i “Tre uomini a zonzo” di Jerome K. Jerome e ne stavo parlando con un mio amico che la Germania sa bene dov’è dislocata.

Eravamo in macchina a Roma in un pomeriggio ferragostano e ci apprestavamo ad attraversare con prudenza un incrocio il cui impianto semaforico era fuori servizio (per inciso: questi “fuori servizio”, non solo semaforici, sono cose che costituiscono parte indissolubile degli agosto italiani). Avevo appena reinserito la marcia e stavo sollevando delicatamente il piede dal pedale della frizione, quando un bolide mi sorpassò sulla destra e attraversò l’ incrocio senza minimamente degnarsi di gettare un’occhiata di straforo a destra o a sinistra.

A parte il dovuto ed immancabile ‘guarda che fijo de ‘na mignotta!’, in quelle brevi frazioni di secondo mi sovvenne di formulare diverse ipotesi: poteva trattarsi di una specie di daltonico che aveva scambiato il giallo lampeggiante con il verde fisso; oppure di un ragazzetto incosciente fresco di patente, di quelli che ‘devono’ fare i ‘fichi’ davanti alla loro pisquana; poteva anche essere un criminale che sfuggiva alle forze dell’ordine (e mi aspettavo di ascoltare l’odiato sibilo lacerante della sirena: tra l’altro non capirò mai per quale arcano motivo non vengono adottate le sirene bitonali, fastidiosissime anche queste, ma certamente un po’ più sopportabili. Forse le nostre Beate Notabilità ritengono che più è il fastidio, tanto maggiore sarà la prontezza con cui la gente si scanserà: se è così, tanto di cappello alla loro acutissima sottigliezza di cervello. Laddove “sottigliezza” è da intendersi alla lettera).

Stavo elaborando queste ipotesi, quando feci appena in tempo a gettare una rapida occhiata alla targa del pazzo prima che l’ orizzonte dell’Olimpica la celasse definitivamente al mio sguardo, e mi avvidi che era Tedesco: Tetesco ti Norimberga.

Potete ben immaginare la mia sorpresa. Caspita! Il ‘Ligio’ per eccellenza, tetragonico Tèutone, un rappresentante dell’unico popolo al mondo che abbia la capacità di fare gli uomini per la legge, anziché la legge per gli uomini; un esemplare di quel popolo i cui componenti, qualora condannati dal tribunale, sarebbero capaci di impiccarsi da soli, se ciò fosse contemplato dai Codici: ebbene, Costui si era reso colpevole di così nefando delitto!

Giuro che mai avevo preso in considerazione l’ipotesi che un Tedesco che sia tale non solo di nome, potesse non dico tentare, ma anche soltanto desiderare di compiere un’azione al di fuori dei limiti imposti dallo Stato. Sia pure il non rispettare la precedenza  ad un incrocio stradale.

Io credo che perfino i banditi di quella prospera Nazione compiano i loro crimini rispettando la Legge. Magari al contrario.

Il bravo bandito Tedesco non si sognerebbe mai di compiere un’operazione lucrosa che non fosse perfettamente disonesta. ‘Rubare un’automobile’ si chiederebbe il buon bandito Tedesco ‘è previsto nell’ elenco delle azioni proibite dalla Legge?’. Se la risposta fosse sì, non avrebbe dubbi di sorta e compirebbe il suo delitto con la coscienza libera da ogni rimorso. Ma se per caso la Legge germanica non contemplasse esplicitamente il furto d’automobile tra le azioni vietate, il nostro teutonico criminale rinuncerebbe senza rammarico a quella fonte di guadagno.

Di quanto accaduto son rimasto meravigliato ancor di più in quanto mi sono spesso divertito ad immaginare l’ automobilista Tedesco che avesse la sventura di imbattersi in un semaforo guasto in modo tale da segnare rosso e verde accesi contemporaneamente. Capita talvolta, e noi tutti sappiamo perfettamente quale sarebbe il comportamento dell’automobilista nostrano: verrebbe abbagliato dalla luce verde e non si accorgerebbe minimamente della coesistenza di quella rossa. Di più: per l’ italico al volante fermo ad un semaforo rosso che avesse una durata leggermente superiore a quella media, il primo pensiero sarebbe che è guasto. E passerebbe imprecando contro i responsabili che invece di badare a metter riparo ai guasti da ‘loro’ provocati, pensano solo ‘a magna’ a quattro ganasce’.

Provate ad immaginare l’imbarazzo del nostro buon Prussiano, per il quale è inconcepibile la possibilità che una cosa fatta dallo Stato possa guastarsi. Il poveretto non saprebbe veramente cosa fare: non potrebbe andare avanti perché è rosso, d’altra parte non potrebbe neanche restare fermo, perché con il verde acceso sarebbe d’intralcio. Né sarebbe in condizioni migliori il Poliziotto che dovesse assistere alla scena. Non potrebbe né multarlo né invitarlo ad andarsene (tra l’altro le manovre in prossimità degli incroci sono vietate), e peraltro sarebbe obbligato a fare sia una cosa che l’altra. A questo punto, salvo rivolgersi per via gerarchica alle Autorità Superiori le quali ‘certamente’ saprebbero trovare una soluzione legittima del caso, ai nostri non resterebbe che una sola speranza: il fortuito transitare di un ragazzino figlio di immigrati italiani, il quale astutamente e grazie ad una precisa fionda, caricata con un ben calibrato sasso, decidesse di spaccare l’una o l’altra delle due irrispettose luci.

Ma, sarebbe legittimo che vi chiedeste: ‘Come è possibile che un semaforo Tedesco possa rompersi in tal maniera?’. Suvvia, non siate ingenui!: evidentemente fu montato da manodopera italiana! Chiaro, no?!

Queste ed altre considerazioni facevo turbato al mio amico buon conoscitore della Germania, e gli chiesi se quello cui avevamo assistito fosse stato un caso eccezionale.

 

“Vedi” rispose “quello che dici è vero, ma accade in Germania: ciò che ci è capitato è avvenuto in Italia”

 

“Intendi dire che a casa loro si comportano bene e all’estero se ne fregano?”

 

“Non mi sembra giusto impostare così la questione. Sono brava gente, solo che hanno bisogno di…sfogarsi. C’è chi sostiene che al Tedesco piace venire in Italia perché può riaffermare a sé stesso la perfezione della sua Nazione confrontandola con l’eterno arrabattarsi della nostra. Può darsi, non voglio dire di no. Ma io sono convinto che il vero motivo per cui tanti Tedeschi vengono da noi, e anzi aumentano con l’aumentare delle campagne denigratorie che si fanno all’estero nei nostri confronti, sia un’altra.

Come tu dici è un popolo tetragono, che vive in virtù della Legge e dei Regolamenti. Il Tedesco abomina chi getta la carta in terra, non tanto per amor di pulizia o per timore della multa, ma semplicemente perché è ‘vietato’. Il giorno che venisse emanata in Germania una legge che obbligasse a gettare la spazzatura sul marciapiede davanti a casa, il Tedesco lo farebbe senza batter ciglio: nella certezza che se il Governo ha deciso così lo fa unicamente per il suo benessere. C’è da dire ad onor del vero che, almeno per quanto riguarda l’efficienza, il loro sistema ha quasi sempre funzionato egregiamente.

D’altra parte siccome tutto sommato non è una macchina, di tanto in tanto ha la necessità fisiologica di rilassarsi, di prendersi una vacanza. Il Tedesco ama venire in Italia perché ci considera continuamente sull’orlo del collasso e dello sfacelo: cosa c’è di meglio di un regno dell’eterna decadenza fisica e morale, per poter sfogare senza rimorsi il suo bisogno latente, molto latente invero, di ribellione? In un certo senso non è neanche ribellione, però: lui ritiene che nel nostro paese l’assumere costumi più rilassati sia obbligatorio, per cui in fondo non esce neanche un po’ dal suo schema mentale”

 

“Ma tutto quello che fa in Germania” gli controbattei “è previsto e ben ordinato: anche l’Oktoberfest di Monaco con tutta la sua confusione e con tutti i suoi eccessi, è cosa ben radicata nell’animo del Tedesco, il quale se in quei giorni non si aggirasse distribuendo con dovizia formidabili manate sugli ampi deretani delle cicciose ‘kellerone’ Bavaresi, gli sembrerebbe probabilmente di contravvenire a qualche regolamento non scritto. Del resto perfino le ubriacature in birreria sono metodiche e rituali: a ritmi altalenanti si beve, si canta, si orina, si rigetta, si ribeve…Ora non capisco come possa fare un Tedesco, che anche quando si ubriaca lo fa ordinatamente (almeno al suo Paese), ad adattarsi a commettere azioni ed infrazioni individuali e del tutto estemporanee, quando viene da noi”

 

“Ti sarà illuminante un episodio che mi è capitato qualche tempo fa. Rientravo dalla Germania dove ero stato per lavoro, e facevo il viaggio in treno insieme ad un mio conoscente di Amburgo che veniva per la prima volta in Italia con la famiglia. Durante tutto il viaggio fino al Brennero conversammo amabilmente del più e del meno: mi chiese quali fossero le cose più importanti da vedere e soprattutto si fece consigliare trattorie e ristoranti dove si potesse mangiar bene e a buon mercato.

Appena passata la frontiera mi accorsi che qualcosa in lui stava cambiando. Sembrava eccessivamente emozionato e di tanto in tanto si cavava di tasca un foglietto cui dava una rapida occhiata e poi riponeva con cura. Dopo Trento successe l’incredibile. Aveva terminato di bere una birra in piedi vicino al finestrino del corridoio: d’un tratto lo abbassò e gettò rapidamente il bicchiere di cartoncino al di fuori.

A Rovereto pose i piedi (con le scarpe) sul sedile di fronte.

A Verona gettò una bottiglietta vuota per terra sotto il sedile.

A Bologna si indignò aspramente con il controllore che voleva multarlo perché stava fumando in uno scompartimento in cui era vistosamente scritto “Rauchen verboten”.

A quel punto, spinto da una curiosità non disgiunta da una certa preoccupazione, gli chiesi spiegazioni del suo comportamento.

‘Vedi’ mi rispose candidamente ‘il motivo principale per cui sono venuto in Italia è poter fare tutte le cose proibite che voi fate liberamente: semel in anno licet insanire. Mi sono anche fatto preparare uno scrupoloso elenco delle cose più interessanti da alcuni miei amici che ci sono già stati, ed ho intenzione di rispettarlo a fondo. Piuttosto non capisco perché quel funzionario volesse multarmi: stavo solo fumando!!’

Beh! Mi limitai trattenere a stento un ironico risolino.”

 

 

1979